martedì, 24 novembre 2009

.e mi piacerebbe scrivere cosi,dopo aver sentito, dopo che le parole si formano da sole e s'incalzano cercandosi quasi fosse una danza d'amore in frasi o versi di cui non so nulla se non il fatto che urgevano gravide in un lamento che diventasse gioia.
Mi piacerebbe scrivere con quell'attesa giusta del marinaio che guarda le acque fonde, o qualche volta si perde
nell'orizzonte e non sa mai se la rete che tirerà sarà piena o inutile cianfrusaglia.

Così, nel silenzio, nella solitudine dei miei intenti, mi interrogo e scruto il mio umore, quello che in definitiva dà il senso a ciò che penso e vorrei che il senso fosse caldo, come i miei pensieri che scivolano come carezze, e non ho bisogno di un vero dire, mi basterebbe scriverti di uno sguardo su cui giace l'attesa in sottoveste dal colore della speranza, mi basterebbe scriverti di un profumo, un refolo che s'infiltra piano tra le persiane antiche e sfiorandoti clandestino le narici diventare parola, la migliore che io ti abbia mai scritto, senza un giusto incipit o una chiusura a cerchio.

Aspetterò di scriverti così...

 

Aspetterò tu scriva questo o scriva nulla, poiché i tuoi silenzi sono urla.

Poiché sei tu a conoscere  il non scritto, il raccontato senza veli o orpelli quando già ti pensavo dentro questo umore. Che allora ti aleggiava come piuma e come aura vedevo in mia misura.

E’ sforzo letterario questo mio, pensieri che ora trovano la strada, se tu tratturo apri, alla mia strada.

Siamo donne che carne fanno del sentire, sangue bollente rendono l’udire.

Ma solo in breve battito di ciglia rendono al sentimento sua giustizia.

Quando darai colore alla speranza sarà quel giorno che muta la speranza e si cementa in consapevolezza.

Tu sai che nulla dico non sia mio, solo nel riconoscerlo sia tuo, nei gesti che precedono gli intenti.

Ma non negare i gesti alla scrittura, scrivere è la parte di natura che vuole tempi e cerca l’obiettivo, come un acquisto stupido un mattino.

Lo so non ti riempie né consola, né colma la mia ansia e il mio torpore.

Lascia allora che maturi la parola ma nel contempo parla e ascolta il verbo.

Tra i tanti sceglierai novello verbo.

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sabato, 21 novembre 2009
         poiché la conclusione incalza
e preme
come il mio tendine contratto
nello sforzo

        poiché il tremore fa serrare

il pugno
come codice irrigato
di spavento

       poiché non sono nulla

eppure esisto
sotto le dita che scorrono
la pelle

chiedo del desiderio
mia pena e l’urlo
 
ne scolpirò con musica
           il tuo letto


 
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giovedì, 19 novembre 2009
Dai lati emerge

ingannando il nero

fascio lattiginoso

e nell’inganno

ferma la traiettoria dello sguardo



Due occhi al centro

alcuna bocca in segno

solo un fondo d’arancio

e il mio letargo
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categoria:marzo 2009
mercoledì, 18 novembre 2009
La vedi camminare gettando, distrattamente, sguardi ovunque.

Nulla sfugge ai suoi occhi, nulla imprime la retina.

Il passo affrettato della donna che ha già chiuso il suo turno di lavoro prima che tutti gli altri vi si immergano.
Il volto impassibile del tunisino che vende parannanze stampate a monumenti di una città sopravvissuta a se stessa, esponendo, attaccato al tendone, quello più accattivante, un pene, a dimostrare l’eterna pena di voler essere maschio.

Il buco nell’asfalto, retaggio delle ultime piogge, dove ruote sottili provocano il turbamento di tutti i bulloni che tengono insieme il disperato tentativo di sfuggire al traffico di chi trova nell’auto l’unico momento di isolamento dalla fretta di dover fare, dover fare, dover fare.

L’occhiata del ragazzo che osserva le sue gambe affusolate, confrontandole a quella ragazza che gli piace, ma ha le caviglie troppo grosse, e lui si vergogna del suo feticismo ma lo pratica in ogni incontro.

Le sue scarpe, chiedendosi perché mai non ha messo gli stivali, in una giornata di pioggia battente che ha fatto risalire l’acqua su, su, lungo la stoffa dei pantaloni aderenti, fino alle ginocchia.

La vedi arrivare alla piazza e capisci che per lei esiste solo la grande fontana che ne disegna la circonferenza.

Attraversa la strada, ruote veloci la sfiorano, ma non se cura.

Arriva alla fontana, è sola , sola su quel marciapiede che la contiene senza farle da cornice.

Chiude l’ombrello, si lascia bagnare, osserva le gocce d’acqua che pesantemente penetrano lo specchio d’acqua, calmo della sua essenza, violentato dal cielo.

E si lascia penetrare a sua volta da pezzi di frasi, parole balbettate, logiche eternamente incomprese, ribaltamenti di false verità, manifesti di incontrollabili diversità.

Guarda le gocce penetrare l’acqua ferma della fontana

Legge le certezze che penetrano lentamente nella sua mente.

Vorrebbe scavalcare il basso muretto di marmo, stendersi nel fondo della vasca ed aspettare che le gocce di pioggia le violentino i sentimenti, spezzandoli in piccole schegge da disperdere nei tubi di scarico, che ne escano riciclati, ripuliti, mondati, di nuovo tondi e perfetti in molecole saldamente ancorate le une alle altre.

Riapre l’ombrello, quando ormai il suo corpo non è altro che una goccia tra le gocce.

Si avvia verso un soffio di aria calda, prima che i brividi le impediscano i passi.

……


Stanno facendo l’amore, asciugando il desiderio.

“ E’ bello il calore, vero?”

“ Si, se non è temperatura”

“ Questa battuta la stavo facendo io…”

“ Per questo sono qui…”


Fuori, la pioggia è cessata e la moka sta sbuffando il suo aroma
.


"Per te ci sarò sempre"

"Lo so"

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categoria:gennaio 2009
lunedì, 16 novembre 2009
Non doveva esser stato facile vivere ad Alessandria d’Egitto per un animo libero come il suo, animo di donna che osserva e scruta il mondo senza i veli dell’ipocrisia.
Figlia di geometra, viene avvicinata da subito al pensiero logico delle scienze matematiche , della geometria e aiuta proprio quel padre maestro (nell’accezione più nobile di “magister vitae”) a redigere alcuni scritti sul “Sistema matematico di Tolomeo” e non stupisce il fatto che fu l’unica sua pubblicazione ufficiale, in un mondo retrivo e maschilista.
Nulla, però, può turbare un animo eletto e lei lo sapeva, pregna di uno smodato senso del rispetto verso la scienza si limitava ad esercitarla e benché non lasciasse traccia scritta delle sue mirabili conoscenze, esse trapelavano dagli occhi di chi, ammirato, la osservava tant’è che finanche Filostorgio scrisse di lei  [cit « ella divenne molto migliore del maestro, particolarmente nell’astronomia e che, infine, sia stata ella stessa maestra di molti nelle scienze matematiche»]
Non è dato sapere se l’astrolabio e l’idroscopio fossero entrambe sue invenzioni, vista la considerazione delle donne nel IV sec, ma di certo lei partecipò in maniera determinante allo studio della loro realizzazione .
In verità, nonostante il conformismo, il ruolo da gregario che la società del tempo le imponeva, dalle parole del filosofo Socrate emerge un dato di fatto : «era giunta a tanta cultura da superare di molto tutti i filosofi del suo tempo, a succedere nella scuola platonica riportata in vita da Plotino e a spiegare a chi lo desiderava tutte le scienze filosofiche. Per questo motivo accorrevano da lei da ogni parte tutti coloro che desideravano pensare in modo filosofico».
La mancanza di ogni suo scritto rende impossibile stabilire con esattezza il suo contributo al progresso del sapere matematico e astronomico della scuola di Alessandria ma c’è chi giura come Morris Kline (docente di Matematica alla New York University dal 1938 al 1975, nonché autore del libro “la matematica nel sistema occidentale”) che quella scuola «possedeva l'insolita combinazione di interessi teorici e interessi pratici ……e godette di piena libertà di pensiero che è un altro degli elementi essenziali per il fiorire di una cultura e fece compiere importanti passi avanti in numerosi campi che dovevano diventare fondamentali nel Rinascimento: la geometria quantitativa piana e solida, la trigonometria, l'algebra, il calcolo infinitesimale e l'astronomia».
Il prestigio di Ipazia è meramente culturale, ma incide sulle masse e finisce con lo spaventare chi non riesce a gestirla.
Scrive infatti Socrate:
« Per la magnifica libertà di parola e di azione che le veniva dalla sua cultura, accedeva in modo assennato anche al cospetto dei capi della città e non era motivo di vergogna per lei lo stare in mezzo agli uomini: infatti, a causa della sua straordinaria saggezza, tutti la rispettavano profondamente e provavano verso di lei un timore reverenziale »(Socrate Scolastico, cit., VII, 15)
E persino il filosofo Damascio la ricorderà in questi termini:
« era pronta e dialettica nei discorsi, accorta e politica nelle azioni, il resto della città a buon diritto la amava e la ossequiava grandemente, e i capi, ogni volta che si prendevano carico delle questioni pubbliche, erano soliti recarsi prima da lei, come continuava ad avvenire anche ad Atene. Infatti, se lo stato reale della filosofia era in completa rovina, invece il suo nome sembrava ancora essere magnifico e degno di ammirazione per coloro che amministravano gli affari più importanti del governo »(Damascio, cit.)
Di lei non conosciamo chi e se amò, di solito il “Sapere” genera un certo isolamento reverenziale, non sappiamo neppure se avesse mai bevuto latte di cocco o se avesse particolari predilezioni tra le spezie, se fosse mai salita su un dromedario e se si fosse rotolata nella polvere scottata dal sole d’Equatore.
Sappiamo solo che l’assassinarono e che il suo omicidio fu progettato dal vescovo Cirillo questi, «si rose a tal punto nell'anima che tramò la sua uccisione, in modo che avvenisse il più presto possibile, un'uccisione che fu tra tutte la più empia».[Damascio] «una massa enorme di uomini brutali, veramente malvagi [...] uccise la filosofa [...] e mentre ancora respirava appena, le cavarono gli occhi».[Damascio]
 
 
Non sappiamo se i suoi occhi contemplarono mai un’ immagine scalpita nella roccia o la stoffa di un mercante di passaggio, ma siamo certi che antepose a tutto ciò “l’idea” e il bello che si annida nella sua libertà di esercizio, fino in fondo.
Fino a quel marzo del 415 quando ancora rantolante le cavarono gli occhi forse ancora rivolti a quel cielo da lei tanto studiato, ancora rivolti al “bello” perché proiettati sulla scienza come uno sguardo all’orizzonte

C'è un film su di lei che non trova distributori in Italia


C'è una petizione per chiederne la distribuzione
http://www.petitiononline.com/agorait/petition.html


C'è un teatro a Roma dove dal 17 al 22 se ne parlerà
http://www.teatrobelli.it/index.php?p=inscena&idc=223

Il sogno di Ipazia ...
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lunedì, 16 novembre 2009
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sabato, 14 novembre 2009
Gatto Romeo ti scrivo.
Vorrei parlarti ma non ho più il parcheggio al giardino e il giardino non ha più te.
Allora ti scrivo, fa bene tenere un diario di quello che si pensa, magari tra qualche anno lo si ripensa e ci si riconosce ; oppure si pensa diversamente e ci si scopre persi.
Magari rinnovati e contenti della perdita.
O forse segmentati alla ricerca di un collante.
In tutto questo non avere se non incertezze mi sforzo di mantenere e mi accorgo che è più faticoso dell’accumulare, più duro del ricostruire, più lento dell’abbattere.
E non mi è consentito congelare, nessuna energia sarebbe sufficiente a ibernare per sempre i rari momenti di totale benessere, devo vivere la trasformazione arginando la distruzione delle cellule vitali.
Come? Accumulando l’energia che vedo ruotare intorno a me, assorbendo i guizzi della fantasia, continuando a stupirmi, coltivando la sorpresa.
Come quella del benzinaio che mi riconosce dopo tre anni dicendo che nel frattempo ho cambiato macchina…caspita! Si ricorda di me in una città di tre milioni di abitanti !
O come gli autisti del bus 140.
Detta così non ha senso, va spiegata.
Questo autobus è una nuova linea, un bus piccolino, avrà una decina di posti a sedere, che fa un giro infinito prima di arrivare alla fermata dove salgo io, poco prima del capolinea.
Nulla a che vedere con il mitico 64 che porta a S. Pietro, famoso come il 28 di Lisbona.
Un bus di nicchia, sconosciuto ai più, anche agli autisti che lo guidano.
Deve funzionare così al deposito, la mattina.
Si fa la conta. Giuseppe è in ferie, Luca ha la moglie che partorisce, Elena ha la figlia con l’influenza, Massimo ce l’ha lui, l’influenza.
Tu vai al 70, tu all’84, tu al 64….chi si piglia il 140? E tutti guardano l’ultimo arrivato, fresco di scuola guida.
Deve funzionare così altrimenti non si spiega quello che succede sul 140.
La prima volta rimasi stupita, ora mi stupisco se non succede.
Quella mattina ero concentrata sul da farsi della giornata e sui miei guai passati e presenti.
Quando sento l’autista che dice “ Ma devo girare qui?”
Mi guardo intorno e non vedo nessuno, siamo soli, io e lui. Lui si gira e mi guarda, guarda me, parla con me.
“Ehhhh?” rispondo io. Era la prima volta che salivo su quel bus piccolino.
“ Dove devo girare?” insiste lui.
Inizia così una grande disquisizione sulle corsie preferenziali, i divieti di svolta , le multe che i vigili fanno anche ai bus pubblici, i prepensionamenti dell’azienda municipalizzata, i corsi di addestramento dei nuovi autisti, gli autisti donna e il fatto che fino a quel momento lui aveva seguito il percorso costantemente al cellulare-privato- con un amico suo che aveva fatto il giro il giorno prima.  “Capolinea a XX settembre? Ti ci porto io” e ce lo porto.
Episodio isolato? No, caro Romeo.
Perché il giorno dopo ho illustrato le fermate a un altro autista e quasi ogni mattina si ripete la stessa scena.
E io penso al cartello dove c’è scritto – Non parlare al conducente- penso a quanti soldi si sono spesi per stampare e attaccare quei cartelli ed anche a quelli che dicono – Fare attenzione nello scendere- dato che ieri eravamo in tre e con l’autista abbiamo concordato che si poteva anche aprire fuori fermata, avrei aiutato io a scendere le due suorine anziane e malandate che dovevano andare lì a due passi, troppo lontano dalla fermata.
Penso che fino a quando potrò vivere questi spazi di sorpresa ed umanità varrà la pena di faticare nel mantenere la voglia di sperare.
Un giorno ti parlerò di Rita, abbiamo tempo.
Ciao Romeo, ti voglio bene
M.
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categoria:gatto romeo, novembre 2009
giovedì, 12 novembre 2009
 
 
Se attirasse l’attenzione di qualcuno al punto da costringere lo sforzo di comprensione fino a racchiuderla forzatamente in una sola parola sarebbe definita imperfetto, senza fare alcun torto alla grammatica e alle sue desinenze che richiedono il femminile per chi, come lei, è donna.

Imperfetto è il suo tempo e questo basterebbe a descriverla in tutti i passaggi del suo recente e remoto passato, con una scommessa garantita di successo anche sul suo futuro, al punto che nessun allibratore accetterebbe puntate su di lei.

L’imperfetto la caratterizza, in un momento non identificato, durante il suo svolgimento, un tema da scuole elementari che potrebbe richiedere risme e risme di carta, volendole dare un voto, con tutte le sottolineature in rosso e blu, la maggioranza in rosso, lei direbbe di se stessa.

Imperfetto è il suo viversi, una sorta di linea discontinua di accadimenti dove impera l’abitudine a rivivere le stesse situazioni al punto che non è importante attribuire una data e un passato remoto, semmai un presente indicativo.

Indicativo grammaticale, indicativo di una femminilità incompiuta, indicativo di una imperfezione imperfetta dove tutto appare chiaro e limpido, semplice e accettabile, molto concordabile e quindi troppo poco criticabile.

Imperfetta nel suo tempo, troppo classicheggiante all’aspetto, troppo trasgressiva sotto i vestiti.

Nel suo procedere imperfetto nessuno riesce a capire se le sue azioni sono portate a compimento perché il punto di arrivo finale viene accuratamente nascosto da una apparente, infinita, accettazione della realtà.

Nel suo tacere sembra annullare il passato prossimo e insieme il suo prossimo, intendendo colui che gli era stato prossimo, tanto vicino da essere sul punto di catturare per sempre il suo tempo.

Per questo ha smesso di indossare orologi e non chiede mai l’ora.

Nella sua imperfezione ha capito che la sua ora è passata e si accontenta di mettere piccoli, invisibili punti di piacere tra brevi parentesi di abbandono.

Qualcuno, se fosse capace di attirarne l’attenzione, potrebbe definirlo amore.

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categoria:gennaio 2009
martedì, 10 novembre 2009



HANNO DETTO
(a Mahmoud Darwish)

hanno detto che eri morto
tra le braccia di un’estate lontana
inciampato sull’esilio di una vita
spezzata sul rantolo di un verso

hanno detto il tuo nome: sembrava un suono
verbo limpido che non ha mai tradito
che non sapeva, non voleva piegarsi
alla menzogna armata dell’opportunismo

tu, che piangevi così bene l’agonia
di tua madre e tua figlia al contempo
in una patria stuprata di sconfitte
sequestrata senza alcun riscatto

tu, con la tua sagoma incompiuta
che s’allontana tra muri alti a dismisura
su una terra d’ingiustizie sempre più
dimenticata. sempre più dimenticata.

hanno detto un monumento, una piazza forse
e giorni, giorni, giorni di lutto
ma non resta che un colpevole silenzio
a ferirci col cinismo di un cecchino

hanno detto che scrivevi “palestina”
con gli occhi pieni fino all’orlo
nel sussurro di un’alba che sfuma
tra ulivi secchi e campi in rovina

hanno detto che andrai nell’eden dei poeti
per questo ti cercherò all’inferno, giù
nel grembo sempre gravido del torto
nel ricordo del tuo popolo smarrito

nella rabbia senza scampo di un bambino
nelle porte sfondate, nelle bocche sdentate
nel deserto coltivato a sangue e sputo
nel canto d’amore di un grillo

reso muto.


marco cinque
(11 agosto 2008)
http://blog.libero.it/marcocinque/
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(ANSA) - GERUSALEMME, 13 AGO - Almeno diecimila palestinesi oggi al funerale del poeta Mahmud Darwish, sepolto a Ramallah. Per i palestinesi era il poeta nazionale. La salma era arrivata stamane dagli Stati Uniti. Darwish, 67 anni, e' morto lo scorso sabato a Houston per complicazioni dopo un intervento al cuore. 'Abbiamo perso la voce dei palestinesi', ha detto in lacrime la parlamentare Hanan Ashrawi. Darwish fu piu' volte incarcerato nello stato ebraico per le sue attivita' politiche.
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categoria:maggio 2009, serate poetiche story
martedì, 10 novembre 2009



"Bradipo pigrizia
guardo al mio ramo
con mirata lentezza
gli sorrido ed
allungo con fiducia la mano
aspettami vita
io arrivo."


Giuseppe Spinillo
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categoria:serate poetiche story